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FESTIVAL INTERNAZIONALE DI CINEMA DAL 1980
16 NOVEMBRE - 24 NOVEMBRE 2018
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“SORRY. IT HAD BE DONE!” Omaggio a Kurt Kren

Quest'anno Fuori Formato, sezione curata da Tommaso Isabella, celebra uno dei più grandi filmmaker del secolo scorso, l'austriaco Kurt Kren, con una selezione incompleta, ma esaustiva, del restauro digitale della sua opera eseguito di recente dal Filmmuseum di Vienna.

Nel 1983 la parabola artistica e biografica di Kren sembra finita in un cul-de-sac: vive a Houston, Texas, dove lavora come guardiano in un museo, infelice, squattrinato, non riesce più a girare un film. Un giorno prende la cinepresa e filma una semplice scritta “NO FILM”, seguita da un “?”. Un brandello di pellicola, circa 3 secondi, 42/83 No Film (tutti i titoli di Kren sono preceduti dal loro ordine nell'opera e dall'anno di realizzazione) è insieme una beffarda provocazione metalinguistica (“potete ancora considerarmi un film?”) e un grido disperato. Nella Vienna dei primi Sessanta poteva lavorare come impiegato in banca e filmare le gesta della più scandalosa tra le avanguardie, l'Azionismo, finendo per essere cacciato dalla banca a causa di questo sodalizio e scontentando gli stessi Azionisti, perché quei film non documentavano le loro performance, ma le ricreavano, facendole esplodere in un turbinio di frammenti. Per primo a fine anni Cinquanta – contemporaneamente al connazionale Peter Kubelka e in anticipo di un decennio su ogni altro – aveva sfidato qualsiasi concezione narrativa, espressiva e rappresentativa del cinema in favore di un approccio radicalmente materialista, fondato sull'idea che il film, prima di rappresentare alcunché, dovesse rappresentare se stesso: una striscia di pellicola composta di fotogrammi, da smontare e rimontare, senza riprodurre una percezione 'naturale', ma costruendone una nuova negli occhi di chi guarda, dove l'oggetto non è semplicemente dato a vedere, ma lo stesso processo di visione diventa oggetto. Insomma gettò le basi per ciò che si sarebbe poi definito “cinema strutturale”. Kren, nella famiglia sperimentale, più che un padre fondatore sembra più uno zio strambo, un guastatore metodico e irrequieto, che ha lasciato tracce discontinue quanto indelebili, film cesellati con la minuzia di un gioielliere e smembrati con la risolutezza di un macellaio.  I suoi soggetti sono spesso triviali nella doppia accezione del termine, tanto “ordinari” quanto “oltraggiosi”: alberi, gente alla finestra, riti orgiastici, escrementi... Ma non è mai il contenuto né la forma a prevalere, quanto il loro antagonismo, la danza inquieta in cui si confrontano immagine e sistema, esperienza e struttura - e il silenzio che domina gran parte dei film serve proprio a far emergere questo ritmo.