Irene Dionisio, torinese, punta l'obiettivo sulla fabbrica che, fino a pochi anni fa immagine trionfante della sua città, è oggi divenuta archeologia industriale. La Fiat Grandi Motori sta per essere demolita, nei capannoni vuoti vivono due rumeni senza lavoro e un bizzarro tipo che sembra quasi un fantasma del passato. Un quotidiano di marginalità e nuova immigrazione, di attese e partenze, ritorni, speranze disilluse. In questa “tragicommedia in otto atti” di sapore beckettiano, la “fabbrica” senza regole e senza diritti si sovrappone al passato operaio, tra ambiguità e contraddizioni. E senza retorica ci parla di un presente sempre più attuale. Una giovane cineasta su cui scommettere per il futuro.